Il perdono è uno dei dilemmi più laceranti della morale contemporanea. Viene evocato per offese, torti, malvagità individuali, ma spesso anche in relazione al male commesso in nome di un’idea di civiltà, di un’ideologia totalitaria, di una fede religiosa, e anche in sede legale e processuale. L’etimologia della parola perdono rimanda alla rinuncia, ad esempio al ricorrere al diritto o allo scusare, ma si associa anche al dono, disinteressato, incondizionato: un dono che non dà nulla, ma restituisce tutto. L’essenza del perdono consiste nel restituire la capacità di agire a colui che rischierebbe di restare inchiodato all’azione compiuta, se non gli si offrisse la possibilità di diventare qualcosa di diverso da ciò che ha fatto. Nel perdono c’è l’irriducibilità di ognuno ai suoi fallimenti. Perdonare infatti non vuol dire solo ricostruire una relazione interrotta in seguito a un’offesa: si tratta di riaprire per l’altro i giochi della vita.
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